5 Domenica di Avvento 2012

Il precursore

Isaia 30, 18-26b
Lettera ai Corinzi 4,1-6
Giovanni 3, 23-32a

Il Vangelo di Giovanni è certamente stato l’ultimo dei vangeli ad essere scritto e procede con un “movimento” diverso rispetto agli altri; viene scritto, infatti, quando i protagonisti della prima chiesa apostolica, i discepoli e gli amici che avevano ascoltato direttamente Gesù, sono già scomparsi.

L’esordio del brano di oggi è la questione sollevata da un gruppo di discepoli di Giovanni riguardo al battesimo di Gesù ed a quello di Giovanni: quale dei due ha valore?
Gesù è riuscito a creare scompiglio perché battezza mentre anche Giovanni in un altro luogo, ricco di acqua, continua a farlo.
Il riferimento all’acqua è eco di purificazioni rituali, molto diffuse anche in altre religioni, come l’induismo in riferimento al bagno nel fiume Gange.

Alcuni dei discepoli di Giovanni cominciano a temere di perdere il posto ed il business indotto che pian piano si sono costruiti (possiamo immaginare per esempio attività di commercio di cibi e di offerta di ripari per la notte) e temono la concorrenza, concorrenza sleale a loro parere quella di Gesù, e decidono di fare qualcosa.
I discepoli di Giovanni sono ostili all’attività pubblica di Gesù che sta cominciando, ostili nella loro rigidità, sono come noi che costruiamo le nostre certezze su abitudini e tradizioni: “Se sono abituato così e mi cambia qualcosa non ci sto, mi spavento” e questo succede perché ci aggrappiamo a cose mutevoli invece che alla verità.
I discepoli di Giovanni mettono in mostra la loro fragilità e la loro invidia temendo di non poter più imporre le loro regole; a causa della concorrenza, sentono di perdere il loro monopolio.
Questo atteggiamento di invidia è comune a noi uomini:”Perché fa anche lui così se già lo faccio io?”

Giovanni respinge questi discepoli e richiama all’unità con un esplicito atto di sudditanza nei confronti di Gesù: “Io devo diminuire e lui crescere, io ho solo preparato la strada” e con un’immagine dolcissima fa il paragone con l’amico dello sposo, similitudine che dice tutta la compassione di Dio, sentimento dell’amico, nel vero significato del termine che non è quello di sentire pena bensì quello di provare gli stessi sentimenti.
Questo significa essere liberi, non invidiosi delle buone idee degli altri, perché la libertà rende capaci di compassione.
Il popolo di Dio deve far riferimento al Signore che ci aiuta a mantenere al posto giusto le cose importanti: non sono le persone che annunciano Gesù ad essere importanti, importante è Gesù.

Che cosa dice a noi questa pagina di vangelo?
Ci insegna a tenere fermo il punto fondamentale: cristocentrica è la nostra religione e cristocentrica deve essere la nostra esperienza religiosa. Siamo riusciti a mettere a fuoco questa strada?
Gesù facendosi uomo come noi ci porta sulla terra la rivelazione di Dio mostrandocene l’autentico volto.
Se mi dichiaro credente è perché conosco Dio attraverso la rivelazione di Gesù, questo fatto non ci concede il relativismo che oggi impera.
Ci proclamiamo credenti, facciamo di tutto, ma ognuno ha il suo dio, non ascoltiamo davvero il Signore ed il dio che abbiamo in mente non è il Dio di Gesù, se rimaniamo fermi nelle nostre piccolezze, rigidità, presunte posizioni di potere.

Tutto ciò ha pesanti conseguenze sul nostro modo di professare la fede e nel nostro individualismo ci costruiamo una religione su misura, con regole costruite da noi, personalizzate, eliminando tutto ciò che potrebbe esserci scomodo.
Secondo i casi della vita ci schieriamo a favore di certe cose e non di altre, mancando un principio oggettivo viviamo una religione che è quella dello star bene: mi definisco credente nella misura in cui la religione mi fa star bene.
L’autentica ricerca religiosa non ci lascerebbe dormire sugli allori.

Abbiamo riscontri di questo modo di essere e di vivere in tutti i campi.
Qui ad Abbiategrasso la nostra attenzione sugli amministratori eletti ci permette di dire che alcune cose del recentissimo passato sono derivazioni di questa fragilità religiosa visto che anche chi si proclama cattolico si sottrae agli insegnamenti della Chiesa e del Papa.
La Cei, il Papa e la Chiesa si sono espressi molto chiaramente e allora non possiamo più dire “secondo me”.

Dovremmo prendere esempio da Giovanni al quale stava a cuore Gesù perché è il Lui la verità. Questa è la verità del Natale, luce del mondo che viene per rischiarare le tenebre dell’umanità.
Se riteniamo di essere già nella luce, non la accogliamo, ma allora non siamo più cristiani, mentre invece il Signore ci vuole liberi, semplificati, uniti nell’annunciare la stessa strada annunciata da Giovanni, capaci di vivere e sentire come l’amico dello sposo.