Il bene che vince il male

Pietro che cosa ne pensi dell’ingiustizia e della violenza?
“Apri, Signore, il nostro cuore con a forza del tuo Spirito, perché possiamo comprendere che il Vangelo no va vissuto soltanto nella normalità quotidiana, ma anche nelle circostanze difficili, in quella mistura di violenza e di ingiustizia di cui è fatta un po’ tutta la storia. Così siamo chiamati a vivere e a operare in essa secondo il Vangelo. Donaci di saperlo fare, per intercessione di Maria.”

La fede ebraica collega il senso di giustizia col senso di Dio, perché nella Bibbia è fortissimo il senso del coinvolgimento di Dio con l’uomo, un coinvolgimento talmente stretto che ciò che riguarda l’uomo e la sua dignità riguarda Dio, il quale, nello stesso modo in cui esige di essere riconosciuto, esige che sia riconosciuta la dignità degli altri.
La sostanza della Bibbia ebraica è costituita da una religiosità fortemente trascendente –Dio al di sopra di tutto- e insieme fortemente immanente nell’etica umana, come non era invece quella pagana, in cui bastava compiere determinati sacrifici per sentirsi a posto. La religiosità ebraica invece lega strettamente conoscenza di Dio e giustizia, carità, misericordia.
Tuttavia la rivelazione cristiana porta con se una novità assoluta, che è come un macigno. Pensiamo al cap 5 di Matteo (discorso della montagna, la legge nuova scritta nel cuore): “avete inteso che fu detto : occhi o per occhi e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio” –come io pensavo che al malvagio bisogna opporsi, resistere, che c’è il diritto sella legittima difesa, anzi l’obbligo di schiacciare il malvagio. E ancora: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Ma questo mi pare un atteggiamento perdente, una sconfitta annunciata.
Una macigno anche questa altra parola: “Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” Il nemico è nemico e va tenuto lontano; come posso amarlo?
Queste parole noi le recepiamo con gli orecchi ma non riusciamo a farle entrare dentro. Ed è quella disposizione d’animo che ci impedisce in assoluto di accettare la consegna di Gesù, della sua vita per essere catturato, vilipeso, giudicato, torturato, ucciso. “Signore, ti vedo li, steso, inchiodato al legno vermiglio, non posso accettare, abbasso lo sguardo, non è possibile. Dalle mie viscere rabbia, impotenza. Dal profondo della mia intelligenza una domanda: Perché?
Interroghiamo Pietro: che cosa è intervenuto ed è stato determinante perché tu riuscissi ad accettare questo macigno? Risponde “L’essere stato testimone delle sofferenze di Cristo” (1 Pietro 5). In realtà so benissimo di essere scappato dopo il rinnegamento. Però mi è stato sufficiente vedere Gesù inerme nel getsemani, legato, portato via a strattoni, umiliato, schiaffeggiato; e poi venire a sapere quel che era seguito: le sua torture, e le sue parole di perdono e di affidamento al Padre: “Gesù diceva. “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”; “Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tua mani consegno il mio spirito. Detto questo, spirò”.
Sono stato sconvolto profondamente e ho capito che c’era una nuova legge, un nuovo modo di vivere che si introduceva nel tempo intramondano, provenendo dall’eternità. Era appunto il modo di vivere di Dio, che in Gesù si fa nostro servitore e per nostro amore recepisce su di se le conseguenze della violenza e dell’odio.
Certamente ho avuto bisogno di molto tempo per comprenderlo e assimilarlo; tuttavia a poco a poco è entrato in me.
Il pensiero che il Figlio di Dio, del Cristo, che a nome del Padre, a nome di Dio stesso, entra passivamente nella sofferenza e la subisce, mi ha tremendamente scosso e ancora oggi rimane per me quasi incredibile. Eppure Dio ha agito così. Noi credevamo che il Messia venisse per schiacciare i nemici e invece si è lasciato schiacciare lui. E continuiamo a pensarlo, a rimeditarlo, dal momento che non ne siamo mai abbastanza convinti.