Meditazione sul sacramento della Riconciliazione

Vorrei dare a queste pagine il tono di una meditazione. Per meditare sul sacramento della Riconciliazione. È necessario riscoprire il suo significato più profondo, quello biblico e cristiano, che ha attinenza con lo spirito santo.

Il grande protagonista dell’intera vicenda della riconciliazione, sia nel soggetto, sia nella Chiesa, sia in quanto effetto proprio del sacramento, è precisamente lo Spirito Santo.

Ci pare che dire un peccato sia un atto di memoria: si tratta di ricordare il peccato che si è fatto. Abitualmente noi percepiamo l’esame di coscienza soprattutto come un atto di memoria mentre bisogna che noi ritroviamo il significato più profondo, più propriamente cristiano di questo dire il peccato come atto di fede. L’atto di fede sta nel riconoscere che quello che ho fato è peccato. Devo lasciarmi dire dalla Parola quello che nella mia vita è peccato o non lo è: non dall’opinione pubblica, non da quello che sento, non dal consenso, dai mass-media, neppure dalla mentalità dominante, non dal codice civile o penale, ma dalla Parola di Dio.

È un modo per lasciarmi dire dalla Parola perentoria e misericordiosa del Signore che quello che ho fatto ha questo nome: è un peccato.

In principio non sta la mia coscienza come soggettività assoluta. In principio sta la mia coscienza che si lascia misurare su una Parola: dico che questi sono peccati perché la Parola li chiama con questo nome, e proprio perché anche io li chiamo così divento credente, faccio un atto di fede.

Se dire il peccato fosse solo un atto di memoria, servirebbe a ben poco perché in definitiva ci farebbe soltanto ritornare su noi stessi, mentre invece riconoscere il peccato è una cosa grande, perché significa poter dire al Signore che questo, per quanto miserevole e umiliante sia, lo riconosco come un peccato perché credo nella sua Parola. In questo modo inizia il mio accesso al Vangelo: pentitevi e credete al Vangelo.

 

La grazia della scoperta del cuore.

Dice l’apostolo  Giacomo nella sua lettera : “Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggezza e mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.” (3,13-18).

In fondo si tratta di un’analisi del cuore sotto il profilo del dono e della presenza della sapienza. Le due sapienze si possono scontrare anche dentro il medesimo cuore. Sappiamo che il cuore, secondo la Bibbia, è la misura ultima del valore e della qualità dell’uomo. Non è solo la sede immediatamente affettiva o emotiva. E’ molto di più, è il centro da cui l’uomo prende il suo valor: l’uomo vale secondo il suo cuore.

Proprio sotto la Parola di Dio, anche al di là del mio gesto concreto di peccato, deve avvenire la scoperta del cuore.

La scoperta del cuore comincia con la scoperta della sua ambiguità. Il cuore diventa il luogo dove noi scopriamo che dobbiamo essere a immagine di Dio, che siamo fatti a immagine di Dio. Il fondo del nostro essere è questa specie di parentela con Dio, e tuttavia è il luogo del nostro scoprirci nel paese della dissomiglianza.

Questa ambiguità del cuore si precisa man mano che il cuore si vede sotto tre aspetti: a) il cuore come sapienza; b) il cuore come desiderio; c) il cuore come libertà.

  1. Il cuore come sapienza. “Lo stolto dice: Dio non c’è” Qui il cuore appare come luogo di pensiero insipiente. L’ambiguità del cuore raggiunge il suo limite nel paese della dissomiglianza quando dice “Dio non c’è”. Lo può dire in tanti modi, teoricamente, praticamente, accettandolo per un aspetto e respingendolo per altri; le modalità possono essere diverse, ma dentro di noi sta questa continua personalità che sospetta l’insipienza nella sapienza di Dio.
  2. Il cuore come desiderio. L’ambiguità del cuore viene scoperta anche quando si guarda il cuore come desiderio: il cuore come “fame” e come “sete”.  L’ambiguità del cuore si dà in una esperienza che non si sazia e non si disseta secondo Dio, come fame e come sete che si vuole saziare in maniera autonoma.
  3. Il cuore come libertà. La scoperta dell’ambiguità del cuore sotto la Parola di Dio riguarda anche il cuore come libertà: l’uomo schiavo di Dio è libero. Viceversa quando l’uomo è libero da Dio è schiavo (Romani 6). Dunque il concetto di libertà non è semplice. Il sogno della libertà è il desiderio di una libertà assoluta, senza presupposti e riferimenti neanche a Dio. Secondo il vangelo di Matteo noi siamo sempre come quel figlio che, nella migliore delle ipotesi, dovendo dire di si al padre, prima dice di no e poi semmai dice di si. Il padre è contento e lo sa, ma è triste non essere mai dei figli che dicono subito di si ma che arrivano di solito a dire di si attraverso qualcuno che dentro dice di no. Facciamo la scoperta del cuore ambiguo, sia come pensiero, sia come desiderio, sia come libertà.

Santa Caterina da Genova, mistica del ‘400 affermava: Dio è nettezza. Bellissima questa espressione, questo bisogno di pulizia, questo richiamo a un desiderio di pulizia interiore che non è mai adeguato di fronte a una nettezza. Dopo tutto questo non è altro che l’eco di quanto Giovanni aveva scritto nella sua prima lettera: Dio è luce e in lui non v’è tenebra alcuna. Noi davanti alla Parola di Dio scopriamo che anche laddove le nostre opere non sono opere tenebrose, il cuore ha dentro di se questa ambiguità.

Dire il peccato come atto di fede, la grazia della scoperta del cuore, diventano aspetti importanti dell’umiltà del cristiano, del bisogno che il cristiano ha della misericordia di Dio, sempre.

Oltre alla difficoltà abbastanza diffusa del non sapere cosa dire, ve n’è un’altra: perché dire nella Chiesa ( e nello specifico al sacerdote).

Questa è una difficoltà che nasconde una incomprensione: il non sapere che cosa significhi essere battezzati peccatori. Quando parliamo del sacramento della Penitenza, di peccato, rischiamo di fare corto circuito perché dimentichiamo una cosa importante: il sacramento fondamentale per la remissione dei peccati non è la penitenza, ma il Battesimo.

Nel Battesimo avviene l’incontro definitivo con Cristo, il primo e definitivo così che il battesimo non si ripete più, ma avviene nell’atto stesso in cui Cristo incontrandomi va costruendo il suo popolo. Accettando e ricevendo il battesimo, si viene aggregati per ciò stesso ai credenti.  Il battesimo dunque è l’essere definitivamente con Cristo nel  popolo del Signore che è la Chiesa, il battesimo mi ha reso parte di questo popolo per sempre. Quindi nel sacramento della Penitenza è il battezzato peccatore che è chiamato in causa, non si parla dell’uomo che con il suo peccato deve andare al sacramento della penitenza e non sa perché.

Vi è poi l’incomprensione del peccato di un battezzato. Cos’è il peccato, non dell’uomo in generale, ma del battezzato, dal momento che essere battezzato vuol dire essere definitivamente di Cristo nel popolo di Dio?

Io sono ancora della Chiesa, non sono fuori dalla Chiesa per il fatto che ho peccato, e tuttavia io svuoto dal di dentro il mistero di me stesso e la verità del mio inserimento nel mistero della Chiesa. La Chiesa (mistero di grazia di Dio) è un popolo riunito per riferimento a, in derivazione da, per la forza di, dell’unità stessa del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo.

Il peccato di un battezzato rompe il riferimento del battezzato peccatore a questo mistero profondo, a questa verità profonda della Chiesa.

Origene aveva detto in proposito che un battezzato peccatore è un cristiano di censimento, all’anagrafe, di nome, ma svuotato dal di dentro della sua verità di individuo ormai aggregato definitivamente a questo popolo del Signore che è il tempio della presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Ci chiediamo cosa è la conversione, non dell’uomo, ma del battezzato peccatore; infatti, se il battezzato peccatore è quel membro del popolo di Dio che ha svuotato se stesso della propria verità restando dentro questo popolo del Signore, la conversione del battezzato peccatore sarà il ritrovare la verità del proprio essere nella Chiesa. Sarà un ridomandare la chiesa: io sembro essere nella Chiesa, ma non ci sono, devo ridomandarla quasi ripetendo il gesto che ho fatto nel battesimo, quando per la prima volta ho domandato Cristo domandando insieme la Chiesa.

Proprio per ritrovare la verità del mio essere nella Chiesa, devo ridomandare la Chiesa e da essa farmi accogliere.

Non posso pensare il mio pentimento e la mia conversione di battezzato peccatore se non così, come un membro della Chiesa che deve ritrovare la propria verità e deve ridomandare la Chiesa.

Nel battesimo la confessione dei peccati non si fa perché si tratta di un inizio radicale, un grande inizio,  una nuova vita. Diversamente il battezzato peccatore rappresenta una situazione paradossale; il battezzato non avrebbe dovuto peccare, ora dal momento che ha peccato lo dice alla Chiesa che lo riaccoglie.

In questo modo, dicendo il mio peccato e il mio essere peccatore, il mio cuore diventa più cristiano. Scelgo sempre di più il battesimo. Capisco sempre di più che cos’è il peccato del battezzato. Capisco sempre di più che la Chiesa non è una specie di mia sovrastruttura, ma è qualcosa che entra oramai nella definizione di me stesso: infatti nel battesimo è avvenuta questa aggregazione definitiva a Cristo nella aggregazione definitiva al popolo del Signore.

Così anche sotto questo profilo io scopro che il sacramento della penitenza è capace di farmi diventare cristiano, mi plasma come cristiano, apre rinnovate prospettive di formazione della mentalità, del comportamento e della coscienza, che completano e approfondiscono la personalità cristiana.