Omelia della notte di Natale 2012

Dice Benedetto XVI, testimone di speranza:  “Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre e di nuovo!”

Questa pagina di Vangelo nasce da una contemplazione intensa, prolungata, amorosa, del mistero del Figlio di Dio, che è il mistero della sua incarnazione. Ma questo testo, che abbiamo appena letto, si comprende in realtà solo nella prospettiva del mistero pasquale. Per Giovanni il mistero del Figlio di Dio è un mistero di luce, di illuminazione: “La vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre”. È Gesù “ la luce del mondo”, ma un giorno egli dirà anche ai suoi discepoli: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13-16), estendendo anche a loro quella prerogativa di “essere luce” che prima era solo sua.

Per comprendere questo riferimento di “identità”, così serio e impegnativo, è importante cogliere, anzitutto, in che senso Gesù dice di essere “ la luce del mondo”.

1. Il compito: la funzione fondamentale della luce è quella di “mettere in evidenza”, “portar fuori”, “far emergere”, qualcosa che è già presente nella realtà, anche se nascosta.

2. La luce ha la caratteristica della discrezione, del rispetto, della libertà. Ne basta poca, troppa luce abbaglia.

3. La luce è fatta per incontrarsi con la realtà, per compromettersi. Senza una realtà che la intercetta si perde nel vuoto.

4. La luce patisce una fragilità che chiede vigilanza. Da una parte se non la si protegge si può affievolire e addirittura spegnere; dall’altra la si può sfuggire, evitare, negare.

È dunque questa l’identità profonda del mistero del Figlio di Dio, il senso del suo venire dentro la storia degli uomini. Questa è anche l’identità che Gesù conferisce ai suoi discepoli e a ciascuno di noi all’interno delle nostre famiglie: “Voi siete la luce del mondo”. Una identità che non potrà emergere se non per il fatto di essere stati per primi raggiunti e illuminati dal suo amore e dalla sua grazia.